Giardini di luce - Gardens of light

Tra le ombre, le fronde e i contrasti di giardini mediterranei continua a farci perdere l’artista pugliese Cecilia d’Angela, la quale, giungendo in Galleria Farini Concept in occasione della collettiva Arte a Palazzo – Percorsi contemporanei, ci lascia immaginare un suo peculiare percorso, che rapisce i sensi di chi osserva.

Un ampio ciclo quello cui afferiscono Giardini di Luce, Piante Succulente 1.17, 1.5, 1.2, che dal 2015 al 2013, a ritroso vanno ad aggiungersi ad opere già note al pubblico felsineo e che già hanno trasformato in magico luogo di natura le ampie rinascimentali sale di Palazzo Fantuzzi. Un nuovo metaforico giardino d’inverno si sostanzia, in questa fredda stagione, portando in Emilia la calda luce della Puglia che ha qualcosa di paradisiaco, di edenico, nella visione che ne restituisce Cecilia d’Angela.

La meraviglia che la Natura è in grado di generare nell’uomo, che da sempre e per sempre ha tentato e cercherà di superarla, lascia a bocca aperta anche nella semplicità di un giardino in cui le piante, in assenza di elemento umano visibile, assumono il ruolo di protagoniste. Tale concezione può essere individuata persino nell’intrinseco lavoro della pittrice: per quanto il ricorso al realismo sia accorto è come se, ad un certo momento, Ella decidesse di cedere alla vertigine dell’incanto, dell’evocazione di matrice onirica e stenderla sulle grandi tele. Nascono in tal modo opere come quelle che la d’Angela ha nominato Giardini di Luce. Si tratta di un lirico osservare anche intimi luoghi del quotidiano, giardini che spesso paiono non aver segreti, o che, altre volte, hanno rappresentato interi universi fiabeschi nei giochi di infanzia. Mondi che celano qualcosa, una sorta di mistero, che è quello della natura ma anche quello dell’immaginazione umana.

In tale commistione si posiziona il ruolo della tecnica pittorica , dello stile dell’artista. Le scelte che riguardano la composizione, la costruzione dell’immagine, continuano a trarre spunto da schemi tendenzialmente fotografici, persino tendenti allo still life e al garden design, ma, ciononostante, il fascino più profondo di questi luoghi in cui la d’Angela lascia immergere ognuno di noi, è modulato dall’essenzialità.

In un’atmosfera che oserei definire unica, lo sguardo non si perde osservando un paesaggio in lontananza, un lontano scorcio, ma se ne sta a riscoprire, placidamente, luoghi raccolti, che paiono cercare una luce che li scaldi, che li illumini e li lasci splendere. Sorge, dunque, abbastanza naturale una visione che vira verso un parallelismo simbolico con una sorta di luogo interiore; è quasi come, invero, se ognuno potesse riconoscersi, metaforicamente, in uno dei tanti giardini che, di volta in volta, Cecilia d’Angela ha mostrato. Ognuno di essi, è vero, pare possedere un carattere peculiare che sfonda la dimensione tradizionale fra lo spazio pittorico e lo spazio reale, procedendo mediante una sorta di empatia, di matrice filosofica oltre che psicologica, attraverso la quale i giardini e le piante dipinte si fanno medium per un’alterità che può avere valenza catartica o flusso cosciente di indagine del proprio sé. Si rafforza di volta in volta quel rapporto “Soggetto-Natura” su cui l’artista ha puntato gran parte del suo focus di ricerca pittorica. Una sfida, in cui non v’è vincitore né vinto, ma solo uno scambio reciproco, di puro godimento e arricchimento, in cerca di una bellezza che sappia colmare la vista, i sensi tutti e l’anima.

È la ricerca di una pace interiore la volontà di Cecilia d’Angela? In verità, molto probabilmente, Ella non è così radicale, tuttavia, appare evidente quanto, attraverso quelli che sembrano rifugi, quando non vie di fuga o luoghi, giardini, fatti per aspettare, che cambi la luce, che fioriscano nuovi fiori, che, in generale cambi qualcosa, vi sia un messaggio inconscio. Un’attesa che non reca ansie con sé, tutt’altro. Ogni punto di vista pare, piuttosto, offrire una calma meditativa, una atmosfera che si pone a metà strada fra il reale ed una sua suggestione; in tale sosta, chi avrà voglia, piacere o necessità di soffermarsi, comprenderà qualcosa di estremamente intimo, soggettivo ed unico.

Galleria Farini Concept
Palazzo Fantuzzi, Bologna
Gennaio 2017

Tutti i testi critici e i volumi editi dalla Galleria Farini Concept sono raccolti e collezionati nell’archivio della Biblioteca di Storia dell’Arte ed Estetica dell’Università Carlo Bo di Urbino, su richiesta del Rettore dell’Ateneo il Magnifico Prof. Stefano Pivato.